INTRODUZIONE
Se per alcuni generi alimentari il primato qualitativo del nostro Paese è opinabile, oppure è condiviso con altre nazioni (un esempio per tutti il vino, con la Francia ed altri paesi emergenti), così non è per il condimento più importante della nostra cucina: non vi è infatti dubbio alcuno che l’olio extra vergine d’oliva prodotto in Italia sia il migliore al mondo. Patrimonio varietale di olive coltivate (o “cultivar”, termine ottenuto dalla sintesi delle due parole inglesi “cultivated” e “variety”, in Italia sono circa seicento le cultivar più importanti), tecniche di estrazione e di conservazione, fanno del nostro Paese la prima nazione al mondo per la qualità dell’extra vergine d’oliva.
Il dubbio però diviene legittimo se pensiamo a quale tipo di olio raggiunge le nostre tavole.
La grande distribuzione non ci aiuta perché nei centri commerciali e nei supermercati sono presenti dei prodotti che raramente possiamo definire “veri extra vergine di oliva”. La maggior parte della produzione di questi oli è infatti concentrata nelle mani di poche multinazionali straniere, che approfittano di una legislazione carente in materia per vendere un prodotto al cui interno la percentuale di extra vergine presente è veramente poca, e la cui origine è da ricercare al di fuori dell’Italia.
In questi ultimi anni una parte dei consumatori ha sviluppato una certa sensibilità e cultura nei confronti dell’extra vergine, e l’esigenza di avere di avere un buon olio d’oliva non è legata solamente ad un fattore gustativo, e più in generale organolettico, ma anche all’aspetto salutare, essendo l’olio extra vergine di oliva il protagonista principale della dieta mediterranea, con i benefici al sistema cardiovascolare che derivano dal suo consumo. La ricerca di un olio con queste caratteristiche rimane in gran parte un’illusione per la ragioni spiegate in precedenza.